L'angolo della posta di Barone
domenica, dicembre 05, 2004
C'era una volta un mio amico che si chiamava Gino. Aveva conosciuto Lady Vale (questo era il suo nick) in una Mailing List. Voleva conoscerla. Questo è il resoconto del loro incontro...la realtà può essere molto diversa dalla fantasia...
-----Messaggio originale-----
Da: il barone rosso
Inviato: domenica 16 dicembre 2001 18.22
A: lady vale
Oggetto: LadyVale incontra Gino e Barone.
Lunedì mattina alle 8 suona la mia sveglia, mi giro di lato, spengo la suoneria, e metto le gambe giù dal letto.......azzzzzzzz la giornata inizia già male, ho messo il piede dentro al vasino ormai pieno (bhe la notte è lunga).....Vabbè tolgo la molletta dal naso (mi aiuta a tenerlo tirato, dicono che le mie narici sembrano il traforo del monte Bianco)......mi alzo, faccio
la doccia e mi sento tuAtta eccitata per questo incontro preparato da mesi. Lo scaldabagno perde, metto il vasino di prima (l'ho svuotato naturalmente) per lo sgocciolìo. Mi vesto, cerco di vestirmi, puntellandomi sui mobili, peso 120 kili (sapete?) mi trascino all'auto che mi porterà all'aeroporto, l'auto protesta (ha le ruote sgonfie, ma, sapete, la mia è una 127 special che macchina!!!!!!!!), poi, dopo mille colpi di tosse si trascina anch'essa al volo. Decollo. Il viaggio è regolare, a parte il mio vicino di poltrona che ogni tanto scoreggiava, per i vuoti d'aria (avrei voluto controllare le sue mutande, secondo me, c'è stata invasione di campo). Atterraggio. Prima di scendere, do uno sguardo al sedile del vicino, sembra pulito...... prendo un taxi il tassista mi fa: "Signora, la porto all'ospedale? Si sente bene? E' in cinta?". Dico: "No, mi porti al Duncan" (spiritoso xò ha ragione avrei dovuto farmi un bel clisterino di quelli che faccio regolarmente), mi fa fare un giro panoramico di tuAtta la città, ammiro monumenti, musei, strade a senso unico (la panciera inizia a darmi fastidio e anche se non ho mangiato prugne sento un leggero languorino, alla pancia logicamente). E dico: "Scusi, Evaristo, ha un Ferrero Roscè?". Quello manco mi caca e continua a svoltare. Quando sente i miei gorgoglioni provenire dalla pancia, pensa di aver bucato, inchioda. Finalmente si ferma davanti al tanto cercato pub.......il pub dei miei sogni il "Duncan", pago il conto al taxista, scendo dalla macchina, mi tiro giù la panciera, metto la mano in bocca per verificare che la dentiera sia salda e viaaaaaaaaaa apro la porta magica del Duncan. Peccato che porto le autoreggenti e che dal momento che son dimagrita 50 kg mi scende la pelle alla zuava. Peccato che quando tolgo i pantaloni le mie cosce fanno plaft, come quando ti cade il cartone del latte. Peccato non essere quella della foto che ho scannerizzato su Postalmarket e che ho mandato a Gino. Mi troverà molto diversa? Mille dubbi mi prendono. Lui lo riconoscerò dai baffi alla Stalin. Sì, ma come ce li aveva i baffi, 'sto Stalin? Ma non potevamo essere più precisi. Guardo tutti con aria investigativa. Gli uomini mi guardano, forse perchè faccio proprio schifo?
Io sono Barone e sono un po' coglione a farmi mettere in queste situazioni del cappero. "Che c'è, Gino? Che hai? Hai l'aria stravolta!". Ah è lei? Embè? E' un po' cicciona. Ma che fa? Anch'io ho delle amiche che sono a dieta dal giorno della prima comunione e per sfinarsi e non sembrare tappi di damigiane si vestoino solo di scuro con sfumature che vanno dal nero di Nottigham al grigio ardesia di Courmayeur. Insomma. Se le fai ingurgitare quei bei bibitoni di scagliola ogni mezzogiorno per un paio di anni, qualche fava di fuca, potrebbe somigliare anche un po' meno alla ceramica del mio water. Dovrebbe provare a potarsi. Come si fa con i gerani. Via il naso, vie le orecchie, via anche il mento. Ti ricordi Marcella? Quando andò a fare la "befanoplastica"?. Non riusciva più a sollevare le palpebre tanto era il peso della pelle in esubero. Era come se dormisse sempre. Adesso è un'altra cosa. Non riesce quasi più a chiuderli. Ha un'espressione stupita, ventiquattr'ore al giorno, come se avesse visto un dinosauro comprare la pizza bianca in panetteria. Di notte dorme con l'occhio chiuso da guardia giurata. E, per lei, viene giorno sempre un po' prima. Ma è abituata. Ha più silicone Marcella che una veranda esposta al nord. Si è rifatta le tette due volte. Le ha così grosse che non riesce più a farle stare separate, una di qua e l'altra di là. Le tiene praticamente l'una sull'altra. Incolonnate. Devi vederla in macchina. Tranquilla come un fringuello. Eh certo, con quell'air bag può scaraventarsi giù come Thelma e Louise senza farsi neanche un livido. Io conosco un amico che fa il chirurgo plastico, Gino, non preoccuparti, la rimette a postino come un puzzle da poco prezzo. Le facciamo rifare anche le labbra che ora sembrano un canotto abbandonato al sole. Il mio amico dice che per rifarsi le guance non c'è niente di meglio che togliere i molari. Così il muso si rilassa. Che comodo! No?".
martedì, ottobre 12, 2004
Tra i racconti scritti dal mio amico S., ce n’è uno che la prima volta che lo lessi, pensai: “Che stronzata sartriana è mai questa…?!”.
Riletto a distanza di anni, invece, mi è piaciuto e, quindi, lo posto qui. Forse, dipende dallo stato d’animo in cui leggi?
Un moscerino
Da dove vieni? Dove sei nato? Quando?
Conosco nulla di te: ti ho visto, per la prima volta, mentre t’adagiavi inerte nel mio vino, appena servito, oltretutto. Forse la fame, forse la sete, la curiosità, la stanchezza, il destino, un errore di valutazione del tuo radar ti ha condotto lì improvvisamente, impropriamente. Immobile, quasi invisibile, nulla trapelava della tua esperienza e delle tue vicissitudini. Non so alcunché della tua femminilità, o meno; se eri già responsabile di altre creature (per loro cercavi sostentamento?) o se pure tu risultavi ancora giovane figlio alle prime armi, ai primi approcci con la realtà, ai primo voli. Dove e com’erano i tuoi genitori? Protettivi o severi? Avevano bisogno del tuo aiuto o si comportavano ancora autonomamente? Dov’era la tua casa, il tuo rifugio? Lontano o dietro l’angolo, vicino al mare o in collina? In un cespuglio?
Nulla sapevo di te, ti ho visto troppo tardi. Quale ossigeno potevo darti? Ti ho visto tardi, troppo tardi. L’alcool e l’acqua ti entravano nei polmoni, soffocandoti…
Ti ho estratto da quel liquido tossico e micidiale per te e ti ho posato sulla tovaglia asciutta nella speranza, intima, commossa, che l’aria ti asciugasse le ali appesantite.
Ormai eri nelle mani del fato, l’uomo era out, limitato nelle sue risorse. Nessun mezzo elettronico, nessun medicamento, nessun intervento della scienza potrà mai essere messo a disposizione per piccole creature come te. Ci sono cose molto più importanti. Anche perché tu non rendi, non crei denaro, capitali, non manovri beni, non sei fonte di lucro, di speculazione, di sfruttamento. Non servi alla società. Nulla pertanto ti spetta, nulla deve essere finalizzato od investito in funzione tua. Se fossi stato un elefante, potevi essere utile per l’avorio o per il turismo.
Come starti vicino? Hai sentito almeno, se non l’amore, la pietas che cercavo di non far trapelare esageratamente, il turbamento, lo sconvolgimento psicologico che generava l’impotenza, l’ineluttabilità a cui entrambi eravamo assoggettati?
Hai reagito, dapprima: qualche scossa, qualche rigurgito reattivo. Ma poi, dopo averti anche difeso dalle “civili” pretese dell’oste, ti ho trascurato un attimo, assorto com’ero ad ascoltare, a patire un altro tipo di storia, di problematica esistenziale. Nicola-Fabrizio, un tutto unico: ascoltavo, richiamavo altri tipi di fantasmi, di ombre, di nebbie, di fortunati e di sfortunati…
Infine, statico, spento per sempre, ci hai abbandonato, per librarti, senza ali e senza scheletro, verso cieli infiniti ed orizzonti sconosciuti. Ero pervaso di te, e tu lo sai: non volevo soffrissi e non volevo morissi. Non ce l’ho fatta, ma tu mi perdoni.
Intanto, quello che, forse, volevi sussurrarmi quella sera me l’hai detto e ripetuto dopo, sempre, da allora, spero non invano.
Significa che sai cogliere i nostri limiti e i nostri bisogni, che sei e sarai utile, che non hai vissuto per nulla, che la continuità, armonica e complementare, ha origini e seguiti universali. Dimostra come il tuo invisibile radar funzioni e sia sublime, inducendo l’uomo a cercare.
Ciao, moscerino sconosciuto, venuto ed andato in incognita, senza nome.
21 ottobre 1994
domenica, ottobre 10, 2004
Alcuni anni fa, conobbi, per motivi di lavoro, un uomo. Credo sia stata una conoscenza, questa, che mi ha profondamente colpito, per la sua saggezza, la sua bontà d'animo e la sua capacità di capire le persone che incontrava in poco più di una conversazione. Non credo di aver mai conosciuto, finora, una personalità così affascinante come la sua.
Ora ha lasciato il suo lavoro e, in giro per il mondo, sta dedicando la sua vita ai deboli ed agli oppressi. Infatti, tempo fa mi inviò un altro libro dal titolo “Appunti angolani” che, come spiegava nell’introduzione, era il resoconto di un viaggio durato poco più di tre settimane (con spese a proprio carico) al fine di “portare una piccola goccia di aiuto nell’oceano di povertà e miseria dell’Angola”.
Quando andò via abbiamo continuato a scriverci molte lettere per molti anni. Alcune sue risposte che mi scriveva, recentemente, le ha pubblicate in un libro che mi ha spedito, il mese scorso, dal titolo “Interludi, spicchi, steli e un filo”.
Il titolo del capitolo che mi riguarda è “Ad un amico bancario (stralci) 1995 –2000”. Ne stralcio anch’io qualche lettera, per ricordare.
“Caro amico,
ho ricevuto la sua del 14 marzo stamani, poco prima dell’intervallo. Ho voluto leggerla subito per avere ulteriori motivi di riflessione e di comunicazione durante la pausa, di fronte ad un panino generalmente “attaccato” in piedi, con un bicchiere d’acqua e un caffè. Avevo già individuato diversi spunti, anche polemici, da dibattere, da controbattere. Poi, però, è accaduto l’imprevisto: percorrendo via Manzoni, la giornata è splendida, m’imbatto in una donna, sui quarant’anni, con una borsa-fagotto in grembo, seduta sopra uno scalino posto all’ingresso di uno dei tanti, lussuosi, negozi. La Scala è a duecento metri, via Montenapoleone a trenta.
Piange disperatamente. Mi fermo e le chiedo come sta. Si alza di scatto e va via, sempre piangendo. Rinnovo la domanda, mi scaccia imperiosa e dignitosa.
Dopo un poco, m’affianco e sommessamente confermo disponibilità. Fiera, dopo attimi di “studio”, mi ordina: “Dammi diecimila lire!”. “Volentieri”, rispondo io. Non le ho, entro in un bar, cambio e ritorno sui miei passi. La donna è ancora seduta, ancora piangente: occhi gonfi, pur nascosti da occhiali pretenziosi, labbra frementi, balbettanti: la disperazione vivente incontenibile. Rispetto quel bisogno di riservata dignità, quella sofferenza palpabile: le poso leggermente le diecimila lire e, con il suo leggerissimo, soave “grazie”, proseguo solitario per le vie di Milano e piango lacrime vere, piango per le angosce, le solitudini, le situazioni impossibili dell’umanità, della gente meno fortunata di noi.
Per la nostra impotenza, quasi, ed impreparazione e, spesso, scarsa disponibilità di fronte a realtà, invece, così impegnative e vaste.
Anche il collega ricoverato al Centro Tumori, del quale le riferii verso Natale, s’è lasciato andare: non mangia più, non beve più, rifiuta di parlare da quando, una ventina di giorni fa, gli hanno reciso, dietro il collo, il nervo del dolore. Per non farlo soffrire (la morfina non bastava più), gli hanno tolto la speranza.
Ecco, quindi, che la serenità diventa un fatto interiore: cadono tutte le diagnosi e le pochezze ambientali e professionali. Nessuno sdoppiamento di personalità, nessun dualismo amletico: sono sempre più convinto che il senso e la bellezza incomparabile della vita siano da ricercare nella continuità ombelicale; nell’armonia della propria interiorità; nella testimonianza, serena ma volitiva, della pace e sicurezza che derivano dal tentativo di semplicità, essenzialità e linearità, oltre che dalla natura, fonte inesauribile di poesia e spiritualità.
Non so, non mi sento d’insistere oltre su questo con lei, anzi è deviante parlarne troppo: ognuno ha la sua “mano”, un’anima, una sensibilità, un’infanzia, un’esperienza, una personalità che non possono essere equiparate ad altre.
Spero di aver contribuito a togliere qualcuno dei cent’anni che di colpo l’hanno resa vecchio… A lei il compito (dovere – piacere) di levarsi di dosso tutti gli altri restanti in eccesso e di volersi bene sul serio. Allora, forse, potrà volerne anche agli altri ed alla vita.
Con affetto, S.”
domenica, aprile 18, 2004
Cari pensionati e care pensionate,
come state? Io bene e così spero di voi.
Volevo con questa mia rinnovarVi il senso della mia stima e del mio affetto.
Volevo dirvi che ho in mente una grande riforma pensionistica, ma se voi vi ostinate a vivere così a lungo, le casse dello stato andranno in malora e io non posso certo fare i miracoli…
Anzi, vi dirò di più. Mi sono informato. So che gli ultracentenari sono tutti comunisti, perché si vede che hanno uno scarso senso dello Stato…
In ogni caso, qualunque sia la Vostra posizione contributiva sappiate che Vi voglio bene… E’ a Tremonti che gli state sulle balle…
Non fate l’errore di credere alle sirene della sinistra che Vi promettono mari e monti, solo io Vi posso dare mare e tremonti…
Perché, diciamoci la verità, occhi negli occhi, a promettere sono capaci tutti, e se Ve lo dico io che è facile promettere… Credetemi!
La promessa dell’aumento delle pensioni minime io l’ho mantenuta….
Ai pensionati che hanno votato per Fassino dico: “La pensione fateVela dare da lui!”.
Consentitemi di abbracciarVi (e non mettete la mano sul portafoglio mentre lo faccio, che pare brutto, sarò pure un ladro ma mica faccio il borseggiatore sulla metro?!).
Firmato
Il Vostro attuale e futuro
Presidente del Consiglio
Presidente del Milan
Presidente Mediaset
Silvio (per gli amici)
venerdì, aprile 09, 2004
Babbiona,
sto qua a pensarti così tanto come non credevo che, per me, fosse più possibile…
In punta di piedi, piano piano, sei entrata dentro al mio cuore. E lo hai stretto come una spugna. E’ schizzato fuori l’ultimo zampillo di sangue e mi sono sentito libero. Libero di pensare a te…
Ti vorrei abbracciare tanto, troppo, ti vorrei abbracciare da farti mancare il fiato! Solo in questo modo, sentiresti che ho capito che c’è qualcosa che quando ti piglia è più forte di te… più forte di tutto… più forte di tutto quello che vorresti dire e che vorresti fare…
Non c’è rimedio, Tesoro… vedi? Anche io ti chiamo “tesoro”… Non c’è soluzione! Alla fine, tendiamo ad imitare anche il linguaggio usato dall’altro, ci piace così tanto essere vicino all’altro, essere “dentro” l’altro, che cerchiamo di usare persino le sue stesse parole…
In questi giorni di festa, da mezzo-Natale, sto qui a scriverti di getto questo biglietto. Ti penso… Tu dove sei? Che fai? Mi stai pensando? Non preoccuparti, credimi, è come se tu fossi davanti a me con tutti i tuoi silenzi, le tue paure, le tue malinconie, le tue battute, il tuo strano modo di prenderti in giro e di prendere per il culo la vita…
Che bello è stato conoscerti! Ma dove sei stata finora?! Quando mi accadono queste cose, penso di essere molto fortunato. Non fa nulla che mi sono perso tutti i tuoi anni passati. Probabilmente, se ci fossimo conosciuti qualche tempo addietro, nemmeno ci saremmo stretti la mano… Gli incontri belli come questo accadono solo quando è arrivato il loro momento… E, forse, era proprio questo il “loro” momento… Ed anche il nostro…
Speriamo di non perderci… Restiamo assieme… sarà come camminare tutta la notte, saremo sempre in piedi, concentrati l’uno nell’altra, persi dentro a una risata, persi dentro ai tuoi occhi che sono sempre dove li ho conosciuti: nel mio sorriso…
Ti voglio bene, Babbiona.
Barone
venerdì, aprile 02, 2004
----- Original Message -----
From: "il barone rosso"
To: "D."
Sent: Thursday, April 01, 2004 1:29 PM
Subject: Re: Ebbravvatte!
Cara,
la tua lettera mi ha fatto molto male. Soprattutto per via dell’accusa che mi fai, di essere un opportunista. Non credo proprio di meritarla. Il mio post sul leader dei Ds non era affatto “ambiguo”. Io penso di avere il diritto di scrivere quello che cappero mi pare nel mio blog e, secondo me, D’Alema è un uomo intelligente. Ti assicuro che lo è. Avrò, come dici tu, “caricato” certi particolari, come il fatto della cravatta. Ma ti assicuro che la sua cravatta non era affatto male…![]()
Quanto al suo modo di essere, che tu definisci “persona poco chiara”, non sono d’accordo con te. La politica ha le sue regole strategiche, che possiamo non condividere, ma ritengo che nel momento attuale, non sia il caso di accentuare certe tensioni. Visto che è la destra il nemico da sconfiggere e non certo la sinistra (o chi la rappresenta).
Sospetto, sospetto, sospetto! Ecco cos’è la tua vita. Solo perché ho scritto che D’Alema aveva una bella cravatta, subito ti metti a farneticare di "legami ambigui". Lasciati andare, sii più tollerante! Tu non perdoni niente. Sei altera e intransigente come le tue idee. Non lamentarti poi, se quando ti perquisiscono la casa, ti chiedono perché leggi libri come “Lotta armata, perché?”.
Ciao, con affetto, tuo B.
----- Original Message -----
From: "il barone rosso"
To: "D."
Sent: Thursday, April 01, 2004 3:10 PM
Subject: Re: Ebbravvatte!
Cara,
ho ripensato alla tua telefonata e devo dirti che mi ha fatto molto male. Soprattutto la tua accusa di "conformismo", che non credo proprio di meritare. Quel post sul leader dei DS non è affatto “troppo benevolo”. D'Alema è un personaggio interessante. Specie in un quadro generale così squallido... Ti assicuro che lui lo è. D’accordo avrò esagerato con l’altezza, ma non potevo mica chiedergli quant’è alto (basso)?
E poi tu hai sempre quel tono indagatorio! Avrò pure il diritto di pensare quello che cappero mi pare?
Sospetto, sospetto, sospetto. Ecco cos’è la tua vita! Solo perché uno porta la cravatta, cominci a delirare di logge massoniche e poteri occulti. Qualcuno ti potrebbe dire che sei una dietrista isterica. Ma lasciati andare, sii più donna! Smettila di leggere quella robaccia che leggi, e comprati un Topolino e fatti due risate!
Ciao, con affetto, tuo B.
----- Original Message -----
From: "il barone rosso"
To: "D."
Sent: Thursday, April 01, 2004 7:03 PM
Subject: Re: Ebbravvatte!
Cara,
ho ricevuto la tua ennesima mail di insulti e devo dirti che mi ha fatto molto male. Soprattutto la tua accusa di essere un catto-comunista che sono sicuro di non meritare. Il mio post su D’Alema non è affatto “servile”. E poi io penso che nel mio blog, eccetera, già lo sai. Forse avrò esagerato sul fatto che, per una cravatta, si possa giudicare un uomo. Ma era un modo, come un altro, per dire che la mia impressione su di lui era stata positiva, nonostante i preconcetti ed i pregiudizi che avevo (come te, del resto).
Quanto al suo modo di fare politica che tu definisci “ripugnante” ovviamente non sono d’accordo. Né tanto meno posso dire che la sua linea di opposizione possa considerarsi “fortemente sospetta”. Da quando in qua non essere estremisti è un reato?
Sospetto, sospetto, sospetto. Ecco cos’è la tua vita! Appena uno scrive che un leader di un partito sembra sincero quando fa le barchette di carta, inizi subito a sputare veleno. Ma perché non vai allo stadio? Ti inventi qualcosa su un bambino che è finito sotto un panzer della polizia e, così, ti fanno scendere in campo pure a te! Magari ti fanno toccare anche il malleolo sinistro di Totti!
Ciao, con affetto, tuo B.
martedì, marzo 09, 2004
Il commento di Annabella, che citava Pessoa nel post qui sotto, mi ha fatto pensare che le lettere d’amore non sono belle solo da ricevere, ma anche da leggere. Anche quelle degli altri.
Quella qui sotto è la lettera di una ragazzina di dodici anni, Caterina, innamorata di un giovane di ventidue, Giovanni. E’ la lettera d’amore, anzi, la dichiarazione d’amore, più commovente che io abbia mai letto.
Le parole di Caterina indicano tutti gli eventi sentimentali esistenti, le ragioni del cuore, i condizionamenti, le esperienze affettive possibili, con una semplicità illuminante. Mi hanno fatto capire che per amarci e amare, bisogna accettare di riconoscere il valore delle esperienze d’amore, degli incontri, dei distacchi che hanno segnato la nostra vita.
Ah, dimenticavo di dire che Caterina, oggi, ha ventitré anni. Non ha mai inviato questa lettera.
Caro Giovanni,
i grandi sorridono dell’amore dei ragazzini. E fanno un danno grave. Perché i ragazzini sanno amare più dei grandi. Con una sincerità, con un trasporto, con una purezza che loro non hanno più. O che forse non ricordano. Che non vogliono ricordare.
Nessuno di voi deve ridere del mio amore. E soprattutto tu, Giovanni, che sei più grande e mi vedi come una bambina. Io non sono più una bambina perché questo amore che sento per te mi ha fatto crescere. All’improvviso le bambole mi sono sembrate delle pupazze morte. Non c’è da ridere perché questa mi sembra come una malattia che mi separa dai miei genitori.
Fino a ieri avrei voluto dormire con loro nel lettone. Ora tu dormi con me sotto il mio cuscino soprattutto la sera quando ti penso. Occupi la mia mente, la mia camera, i miei pensieri. Sei arrivato come un raggio di sole improvviso. Mi hai illuminata, fatta brillare, trapassata, attraversata, ingentilita, riscaldata.
E poi, all’improvviso, sei andato via. Io non so stare senza te perché ora che sei apparso, io mi sono sentita diversa, mi sono interrogata, ho cercato di darmi delle risposte. Mi sono trovata come non pensavo proprio di essere.
Anche se tu non mi ami io invece ti amo, Giovanni. E non mi importa se i grandi per queste mie parole possono ridere. Per me, “ti amo” è stato un salto, cambiare tante cose, lasciare dietro di me affetti importanti che adesso sono diventati meno forti, meno potenti. Ricordi il mio cane Augh, il barboncino? Non lo amo come te! Eppure, lui dopo i miei genitori e nonna Alberta era il più amato. Tu vieni prima di ogni altro amore che io abbia mai avuto. Prima della mia famiglia, dei miei amici, del mio cane, dei miei giochi. Sei il primo dei miei pensieri e non c’è un ultimo pensiero perché sono come fissata al primo. Sei un tormento al quale non rinuncerei. Un’assenza che mi fa sentire viva, me stessa sola al mondo. Col pensiero di te. Io, proprio io, Caterina. E non c’è un’età giusta per provare un amore così perché quando lo provi è l’età giusta.
Io ti aspetterò, Giovanni. Non so se tu lo farai. Magari riderai di questa lettera o, magari, penserai di poter approfittare di me perché, come dice la nonna, ci sono tanti pedofili e potresti pensare con piacere di farti una ragazzina. Io so bene come si fa l’amore. Però anche se l’ho letto e me lo hanno spiegato tante volte non sono proprio in grado di farlo. Per quello non sono pronta perché prima ho bisogno di un mondo di cose dolci, di essere corteggiata, conquistata. Ho bisogno di parole, di baci, di abbracci. Ho bisogno di sentire di potermi fidare di te. Ho bisogno di conoscere il tuo cuore e la tua mente perché il corpo possa andargli dietro. Io non so. Ma penso che continuerò a pensare così anche quando sarò grande. C’è troppa bellezza nell’amore perché si possano saltare certi passaggi.
Quando ero bambina, mio nonno Armando, che ora è morto, scriveva delle bellissime poesie. Io chiedevo sempre al nonno di insegnarmi a fare le poesie. Ma il nonno diceva sempre che le poesie non si insegnano. Vengono dal cuore. Aveva ragione. Io non sapevo farle fino a quando non mi sono innamorata di te.
Così, chiudo questa lettera che non so se ti invierò con la prima poesia che ho scritto per te.
Caterina
domenica, febbraio 15, 2004
Cara sconosciuta,
dopo la lettura del Suo biglietto, che non mi comunica il Suo nome ma solo il Suo amore, lasciato sul parabrezza, sotto il tergicristallo, della mia auto, la sorpresa fa posto agli interrogativi, che fanno posto al sorriso…
Tra l’altro, il suo fazzolettino di carta (spero mai usato prima di quel romantico momento) si era un po’ bagnato per via dell’umidità della notte e così la sua penna di colore blu si è un po’ sciolta sul vetro...
La prego solo di tranquillizzarmi su un punto. Non vorrei che, tra qualche giorno, incontri un gruppo di amici ai quali sicuramente parlerò di questo strano episodio accadutomi e loro scoppino a ridere (consapevoli della perfetta riuscita dello scherzo).
Non mi dica che Lei si chiama Mario o Antonio o Giuseppe, che ha la barba, o che, ogni sera, fa la pazza nei parcheggi delle auto in sosta. Perché anche se sostengo la libertà nell’amore e consiglio sempre a tutti di fare quello che gli pare, con la mia solita incoerenza che mi contraddistingue, faccio una certa fatica a vedermi innamorare di un uomo.
Anche se la prendo con filosofia, devo dire che nella mia mente si è insinuato un dubbio che ritengo legittimo. Spero che tutta questa premessa e condizioni non rovineranno la magia di quel biglietto…
A dirLe il vero, all’inizio, da lontano, avevo pensato ad una multa. Poi il colore bianco e le dimensioni ridotte del biglietto mi hanno tranquillizzato. Dopo averlo letto, l’ho trovato buffo, anche se, in fondo, pure noi qui dentro siamo un po’ come Lei: sconosciuti che lasciano biglietti (=commenti) sui parabrezzi (=blog) di altri sconosciuti.
Quanto alla passeggiata camminando all’indietro che mi ha proposto (immagine che ho trovato molto poetica, oltre che divertente ed allegorica… ma ci siamo forse conosciuti in passato?), penso che non potrei offrirGliela:
1) perché non saprei dove rintracciarLa;
2) perché, come saprà, visto che viviamo nella stessa città, sui marciapiedi è aumentato a dismisura, da un giorno all’altro, il numero dei vigili urbani che multano per un nonnulla;
3) perché potemmo provocare un incidente;
4) perchè soffro di vertigini.
Comunque, credo e spero di poterLe offrire quantomeno un Post-it, se mi dirà dove posso lasciarGlielo.
Ora La saluto con affetto e simpatia, sperando di poter avere presto Sue notizie (anche solo scritte).
Barone
giovedì, febbraio 05, 2004
Caro Barone,
innanzitutto Buongiorno!
Le riporto testualmente ciò Lei mi ha scritto nella ultima sua:
Torni ancora a scrivermi d'impulso... quando ne ha voglia...
perchè una cosa che proprio non sopporto è quella di essere o sentirmi "invadente"... sarebbe un vero e proprio freno alla mia istintività.
...
Sa cosa pensavo questa mattina?
Che in fondo io a questo "mondo virtuale" ci credo.
Riflettevo sulla faccenda che, come per tutte le cose della vita, occorre esperienza per poter valutare le situazioni, oltre che l'intuito e il buon senso. L'esperienza è fondamentale perchè ti permette di capire e di valutare con obbiettività, senza pregiudizi e false valutazioni.
Stamattina, insieme alla consapevolezza dell'esperienza acquisita (poca o tanta che sia) emerge una seconda consapevolezza.
GlieLa enuncio così, nuda e cruda, come l'ho percepita io:
"Io, in questo "mondo" ho a che fare con "persone reali"... sta a me trovarle o riconoscerle, confuse come sono tra quelle virtuali".
(A me è capitato in passato, in verità, varie volte di condonfonderle... per inesperienza).
Sa cosa pensavo poi stamattina?
Che sono molto contenta di avere questi "pensieri positivi" che, in un certo senso mi fanno star bene.
Però non vivo in un "mondo di nuvole" (anche se... potendo veramente scegliere...) perciò intanto mi diletto con queste concezioni con l'ulteriore consapevolezza (è già la terza per oggi!) che ben presto acquisirò un'ulteriore esperienza.
Infatti sento di essere procinto di salire un'ulteriore gradino della scala "dell'esperienza" che mi permetterà di poter stimare, sempre più obbiettivamente, le persone che frequentano questo mondo.
Certamente le prospettive e gli orizzonti ch ognuno di noi può intravedere sono vari e innumerevoli... e , in fondo ,la mia non è che una piccola porzione di questo "mondo virtuale" ma non per questo non sento che ho la possibilità di confrontare i miei "pregiudizi" con dei giudizi finalmente più obbiettivi ( e che spero ardentemente siano positivi).
Senza dilungarmi troppo Le dico, per farLe capire qualcosa, che mi riferisco a delle iniziative a cui partecipo attivamente, e dalle quali emergeranno (almeno lo spero!) l'essenza migliore di tante "persone".
Cmq la ringrazio "a prescindere", come diceva l'indimenticabile Totò, per avermi dato il modo di fare il punto della situazione.
Per ora diamo tempo al tempo... poi... Le saprò dire!
Le rinnovo l'augurio di una Buona Giornata
ella
mercoledì, gennaio 14, 2004
Caro Barone,
deve sapere che io Le scrivo, in genere, d'impulso, senza stare tanto a pensarci su.
Poco fa sono stata in un luogo (virtuale), collegato in verità a tanti altri luoghi bellissimi ma, invece di provare il solito piacere sento una grande amarezza.
Mi permetto di annoiarLa con i miei pensieri perchè, in un certo senso, sono collegati ai discorsi che abbiamo già affrontato.
Oggi mi sento oppressa dalla "precarieta" che questo mezzo di comunicazione (il pc collegato ad internet) sembra manifestare nei momenti meno opportuni.
.....
.....
(pensi che mentre scivevo queste poche righe già mi si e bloccato una volta)
Forse Lei già saprà, dato che abbiamo un luogo in comune, il battello ebbro, che ci sono tante belle Utopie da concretizzare... tutti si (ci) diamo un gran da fare, ci mettiamo entusiasmo ... ma basta un pc §tr.... e tutto potrebbe rimanere fuori dalla nostra portata... in una specie di oblio.
(addirittura oserei dire che possiamo andare noi stessi in una specie di oblio, perlomeno riguardo situazioni che ci interessano)
Naturalmente il pc è il mio, ma proprio poco fa ho saputo di altre due persone, con lo stesso problema.
.....
.....
(e con questa siamo a due)
A questo punto non mi dilungo ... (non posso perchè, nel frattempo, mentre sistemavo questa mia ...
siamo arrivati alla terza volta)
e la saluto dicendoLe che avrei tanta voglia di far del male (fisico) al mio pc!
Carissima … ella,
conosco molto bene quella sensazione di “impotenza” e di oblio di cui Lei parla. E’ un po’ come quando siamo sotto la doccia, con lo shampoo nei capelli, e l’acqua va via. Oppure diventa – di colpo - fredda.
Le cadute della linea telefonica, le difficoltà tecniche, il computer che fa i capricci o si rompe, la corrente elettrica che va via, insomma, tutte quelle cause di forza maggiore che vanno al di là della nostra volontà ci sbattono in faccia le leggi della realtà che vince sul virtuale. Tutto questo ci rende coscienti che siamo davvero legati (non so anche quanto appesi) ad un “filo”… E’ lo scotto che bisogna pagare.
Ecco perché considero normale la sua reazione anche di rabbia e questo suo senso di amarezza e di malinconia, di fronte alla precarietà e alle difficoltà di questi mezzi. Essi, così come possono accendere, possono anche spegnere il nostro entusiasmo e la nostra voglia di fare… E’ come quando staccano la spina ad un telefono o ad un megafono o a un microfono proprio mentre stai parlando… La parola viene strozzata e soffocata durante il suo percorso che rimane incompiuto. Ti rimane quello strano senso di disagio, di non detto. Di incapacità e di impossibilità di continuare a dire. Una specie di aborto del pensiero...
Nel momento in cui il nostro computer scoppia o si spegne, restiamo inebetiti davanti ad uno schermo buio e vediamo risorgere la nostra speranza di poter tornare ad esserci soltanto mentre lo vediamo lentamente riavviarsi. Con la sua rinascita, sembra che torniamo alla vita. Siamo un po’ come quei malati legati ad una macchina che ci mantiene in vita con il suo polmone artificiale.
Le nostre vite, le nostre esistenze sono, ormai, inevitabilmente ed irrimediabilmente legate e dipendenti dalle macchine. Non riusciamo, purtroppo, più a fare a meno di esse.
Ma credo che questa identica e desolante sensazione la si possa provare anche davanti ad un’auto con quattro ruote a terra oppure con un phon che si brucia mentre abbiamo ancora i capelli bagnati e tra quindici minuti abbiamo un importante appuntamento. Non ci rimane che andare a piedi o con i capelli bagnati. Poco male se siamo in maggio. Ma se sei a Milano, in gennaio, e sono le sette di mattina e fuori fa un freddo cane e non trovi né un tram, né un autobus, né un taxi e lavori a dieci chilometri, sono cazzi amari…
E nemmeno io, a questo punto, so se devo sfogare la mia rabbia con il computer, con i sindacati, con gli scioperi selvaggi dei ferrotranvieri, con il Sindaco, con il Prefetto, con la civiltà industriale e tecnologica, oppure con me stesso che non si decide ad andare a vivere su un'isola tropicale…
Torni ancora a scrivermi d'impulso o quando ne ha voglia (e soprattutto se il Suo computer Glielo consente).
Nel frattempo, Le mando un caro saluto.
Barone